27 ottobre 2014

MANZÙ / MARINO. GLI ULTIMI MODERNI alla Fondazione Magnani Rocca, Mamiano di Traversetolo Parma


Giacomo Manzù e Marino Marini
Maestà della forma e sua decomposizione

di Beniamino Vizzini 


MANZÙ / MARINO. Gli ultimi moderni, è il titolo della grande mostra di scultura che per la prima volta è protagonista nella Villa dei Capolavori, sede della Fondazione Magnani Rocca a Mamiano di Traversetolo, presso Parma. A cura di Laura D’Angelo e Stefano Roffi, la mostra, aperta dal 13 settembre all’8 dicembre 2014, presenta una selezione di circa novanta fra sculture, anche gigantesche, dipinti e lavori grafici realizzati dai due artisti negli anni tra il 1945 e il 1970, e documenta “la loro fiduciosa apertura verso le molteplici lingue della modernità e la capacità dimostrata nell’incontrare il gusto di un colto e sofisticato mercato internazionale”.

Marino Marini "Cavaliere", 1945, bronzo, collezione privata

In effetti, la bella esposizione di opere prodotte, nei decenni presi in esame, da Manzù e Marino ci invita a riconsiderare, se non rivalutare appieno, la sorprendente vitalità d’una stagione della scultura figurativa italiana, prima della svolta astrattista compiuta dallo spazialismo di Lucio Fontana. Quel che, senza dubbio, non si finisce mai di apprezzare è, comunque, la straordinaria sapiente abilità, tanto di Giacomo Manzù, quanto di Marino Marini, nel saper perseguire e proseguire il corso della tradizione ad impianto classico-umanistico, mediterraneo, con cui si è identificata la storia dell’arte propriamente italiana. Entrambi ne hanno arricchito ed intessuto senza tregua, fra innovazioni ed incursioni d’una sensibilità viva e raffinata, fra inquietudini ed intuizioni risolutive e geniali, il filo ininterrotto, dalla statuaria antica, greco-romana ma anche egizia o etrusca, fino alla scultura moderna, di un senso segreto del primato della forma nella raffigurazione plastica che da rappresentazione si fa originalissima invenzione creativa come nei celeberrimi cardinali di Manzù presentati – nella mostra alla Villa dei Capolavori – accanto ai lavori preparatori per la Porta della morte per la Basilica di San Pietro in Vaticano – e ai cavalli con cavaliere di Marino – in una parabola che si apre con un gruppo equestre del 1945 e si conclude col Grido del 1962.


Giacomo Manzù "Bambina sulla sedia", 1955, fusione in bronzo

Sono forme plastiche solidamente strutturate in uno spazio sospeso che sembra rendere percettibile la visione interiore nel momento esatto della sua epifania convertita, quasi come per miracolo, nella pura visibilità della forma scultorea. In una certa occasione Manzù dichiarò di essersi posto davanti alle figure dei cardinali senza alcuna intenzione di trasmettere attraverso queste immagini “la maestà della Chiesa” ma semmai “la maestà della Forma”.



Giacomo Manzù "Ritratto di Barnard", 1969, fusione in bronzo

Come per Marini, anche l’itinerario di Manzù si sostanzia di continue esplorazioni inerenti alle possibilità della forma sculturea, attraverso invenzioni iconografiche e stilistiche riscontrabili in una rosa circoscritta di scelte i cui significati più profondi non sempre sono di immediata e piana comprensione poiché, a differenza dello scultore pistoiese, tuttavia essi prendono forma per così dire, ascendendo proprio dalla materia oscura e magmatica d’una spontaneità d’ispirazione che costituisce la vera cifra identificativa di tutta l’arte di Giacomo Manzù. Scrivendo all’amico carissimo monsignor Capovilla, a proposito della porta di San Pietro, Manzù rivendica il dominio assoluto dell’ispirazione, intesa proprio come sorpresa mai deliberatamente predeterminata: “Come lei nelle mani di Dio, io sono nelle mani del mio lavoro”.
                                                        
                     Giacomo Manzù "Cardinale seduto"
                            1957, fusione in bronzo


Il tema dominante delle sculture di Marino, quello del cavallo e cavaliere, ha una tradizione millenaria. In questo archetipo si delinea il motivo del condottiero, il mito dell’uomo eroico e vittorioso, dell’uomo di “virtù” degli umanisti, dove traspare il principio di superiorità razionale della forma sull’irrazionalità della materia. Secondo Clemente Alessandrino, il cavallo configura le passioni che vanno tenute a freno. Ma, attraverso la serialità delle sue sculture, Marino lascia affiorare il processo drammatico, dalle profondità del suo vissuto personale, come simbolo della decomposizione nella storia moderna – ed ancor più a lui contemporanea – del primato della forma, che vede l’ “uomo di virtù” sempre più instabile sulla propria cavalcatura e l’animale sempre più indocile e impazzito, fino a impennarsi e a disarcionare rovinosamente il cavaliere. Sarà dopo l’esperienza della seconda mondiale, dell’atomica e dei massacri dei nazisti, che i suoi cavallo e cavaliere subiranno una metamorfosi, inducendo l’artista a scrivere nel 1958 il seguente passo che, riportato nella sua interezza dice: “Le mie statue dei cavalieri esprimono l’angoscia causata dagli avvenimenti della mia epoca. L’agitazione del mio cavallo aumenta a ogni nuova opera: i cavalieri, sempre più impotenti, hanno perso il loro antico dominio sull’animale e le catastrofi che li colpiscono sono simili a quelle che distrussero Sodoma e Pompei. Io cerco dunque di simboleggiare la fase ultima della decomposizione con un mito, il mito dell’uomo eroico e vittorioso, dell’ “uomo di virtù” degli umanisti. Le mie opere degli ultimi quattordici anni non cercano di essere eroiche, ma tragiche”.


Un lavoro di matrice artigianale, che non nasce da introversione e dramma interiore, ma da accuratissime conoscenze di tante tecniche di trattamento dei materiali, dal bronzo all’incisione, dall’intaglio nell’ebano al cesello, all’intarsio, allo sbalzo. Un senso vivo della potenza creativa intrinseca alla materia ha focalizzato lo stile di Manzù che circola poderosamente unitario dalle statue dei Cardinali, ai magistrali ritratti, dal tema degli Amanti, a quello dei figli Giulia e Mileto, dai cesti di frutta ai passi di danza.

Marino Marini "Cavallo e Cavaliere", 1950

Se Marino Marini, segue il dramma plastico della decomposizione delle forme, nel tragico crescendo di un’iconografia che alla rotondità, ai compensi e al flusso luminoso sostituisce gradatamente l’asprezza e il taglio brusco dei piani, gli squilibri del contrapposto, gli innesti perentori, i prolungamenti abnormi delle linee, la scabrosa ruvida densità del modellato, rabbiosamente trattenuta, Giacomo Manzù mostra che la forma può germinare perfino da un sasso. Come nel David, opera del 1938, “che esprime nella concentrazione di tutta la figura verso un punto interno  a esso la forza centripeta che mi ha sempre attirato nella forma e nella potenza di un sasso. E del sasso sul quale sta accovacciato il mio David è come una proiezione, e da esso riceve a sua volta l’energia di cui ha bisogno, che lo pervade tutto”.
L’idea del sasso ritornerà anche per il tema degli Amanti alla fine degli anni sessanta, studio di concentrazione nello spazio delle masse che si amplia nei due corpi allacciati degli amanti. Nell’abbraccio appassionato dell’uomo e della donna, Manzù ritrova l’energia “di due masse che addirittura si compenetrano, fino a formare un tutto unico, proprio quell’immagine del sasso che non è massa inerte ma è concentrazione di potenza”. 

Marino Marini "Il trovatore", 1950, olio su tela, cm 100 x 80

Da una parte, la tragedia del’uomo nella storia, la decomposizione di ogni principio di governo razionale, e virtuoso, della realtà o, la fine della sovranità della forma  che non è più, questa volta, interpretabile al pari d’una scadenza a termine, in un ciclo di morte e di rinascita, ma è un collettivo sprofondamento nell’orrore del nulla, è la morte della civiltà; dall’altra, il ritorno ad una essenzialità primordiale o, se si vuole, primitiva.

Giovanni Scheiwiller nella prima monografia su Manzù del 1932 ricorda che Ezra Pound, scopritore dell’artista a Rapallo, conservava alcune sue sculture tra cui “un animale scolpito con grande naturalezza in un comunissimo ciottolo”.