1 febbraio 2017

La Divina Commedia di Venturino Venturi a Villa Bardini, Firenze. Di Beniamino Vizzini, 1 Febbraio 2017

La Divina Commedia di Venturino Venturi
a Villa Bardini, Firenze

di Beniamino Vizzini, 1 Febbraio 2017


Venturino Venturi
Dove si varca, olio su carta, cm 100 x 70, s.d. Collezione privata

"Con l'ali aperte, che parean di cigno, volseci in su colui che sì parlonne
tra due pareti del duro macigno" Dante, Purgatorio, XIX 46-48

La mostra sulla Divina Commedia di Venturino Venturi curata da Lucia Fiaschi, direttrice dell’Archivio e del Museo Venturino Venturi, espone per la prima volta 54 opere a olio su carta disegnate da Venturi, accolte nella splendida cornice naturalistica e architettonica di Villa Bardini a Firenze.

Sono disegni eseguiti per un’edizione della Divina Commedia realizzata nel 1984 da Edizioni Pananti di Firenze e ideati insieme al raffinato poeta dell’ermetismo Mario Luzi, nei quali sono rappresentate alcune terzine dantesche scelte dallo stesso Luzi con lo scrittore e saggista Giancarlo Buzzi, destinate a comporre l’edizione della Divina Commedia del 1984 per l’approssimarsi della ricorrenza dei 720 anni dalla nascita del sommo poeta che cadeva nel 1985.

Legati da profonda amicizia, Venturino Venturi e Mario Luzi concepirono insieme il progetto di ridisegnare, in chiave contemporanea, l’immortale poema dantesco imprimendo sul linguaggio delle tre Cantiche (Inferno, Purgatorio e Paradiso) una riflessione visiva ed espressiva da cui scaturisce un risultato singolarmente affascinante, che permette di interrogarsi ancora sulla natura dei messaggi contenuti nella Commedia e proporne una rinnovata lettura.


Venturino Venturi
Paolo e Francesca, olio su carta, cm 100 x 70, 1984, Collezione privata

"...Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende, prese costui de la bella persona
che mi fu tolta…e 'l modo ancor m'offende, Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m'abbandona"
Dante, Inferno V 100-105

"E quello a me: Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice
né la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore. Ma s'a conoscer la prima radice del nostro amor tu hai cotanto affetto, dirò come colui che piange e dice..." Dante, Inferno V 121-126

Luzi scrisse che Venturi “aveva condotto mirabilmente, tra chiari volumi, luminose assenze di volume, tracce, aggregazioni e rarefazioni di segni, la sua schermaglia contro il limite, contro l’insufficienza umana del mezzo che insegue per catturarlo il linguaggio della luce, della danza, della assoluta quiete contemplativa”.


Venturino Venturi
a sinistra: Poeta che mi guidiolio su carta 100 x 70, 1984, Archivio Venturino Venturi
a destra: Caronte, olio su carta, cm 100 x 70, Collezione privata

"Ma io perché venirvi? O chi 'l concede? Io non Enea, io non Paulo sono;
Me degno a ciò né io né altri 'l crede" Dante, Inferno II 31-33

"Ed ecco verso di noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo, gridando: guai a voi, anime prave!
Non isperate mai veder lo cielo: I' vegno per menarvi
all'altra riva ne le tenebre metterne, in caldo e 'n gelo..." Dante, Inferno III 82-87

Questa “schermaglia” venne praticata dall’artista con l’arma più antica dell’arte, con il suo strumento più flessibile ed essenziale che sia mai esistito, il disegno – e il disegno di uno scultore come Venturino Venturi possedette un’essenzialità speciale. Si guardino le 54 opere su carta disegnate da Venturino Venturi, esposte nella mostra di Villa Bardini, e ci si sentirà subito invadere dallo “spirito ascetico” con cui esse hanno trasposto l’immaginario poeticamente sospeso, nelle terzine dantesche, fra il naturale e il soprannaturale. Sono disegni, a loro volta, sospesi tra figura e astrazione, tra apparenza della forma e sua disapparenza, fra intrighi di segni, vortici, chiazze, rivoli di colore (rosso e azzurro) denso e distillazione di tratti grafico-pittorici accennanti a un principio compositivo figurale appena in abbozzo.


Venturino Venturi, L'annuncio
olio su carta, cm 100 x 70, s.d. 
Collezione privata
Astrazione del gesto che non degenera verso l’informale, ma che non abbandona, in nessun momento, una ferma volontà compositiva pronta, pur sempre, a salvare dall’infigurabile la segnificazione dell'idea. Emblematico, in tal senso, il disegno di Paolo e Francesca che richiama, visibilmente, Il Bacio di Constantin Brancusi che utilizzò la forma quadrata, invece del cerchio, per accentuare la dimensione statica dell’amore, fuori dalla ciclicità del tempo, diventato pietra, quindi eterno.
Nemmeno nel groviglio di rosse chiazze, colature, sgorbi frettolosi e compulsivi di un altro disegno sullo stesso celebre tema di Paolo e Francesca, che ne comunica tutto il senso peccaminoso della lussuria,se ne cancella o se ne dissolve la riconoscibilità delle figure.

Insomma, è un’arte astratta quella di Venturino Venturi ma, sicuramente, non allineata alle evoluzioni contemporanee dell’astrattismo internazionale quanto, piuttosto, determinata a non distaccarsi mai dalla matrice primaria della tradizione dell’arte italiana che ha sempre teso a preservare il primato della costruzione formale senza, per questo, perdere nulla in istintività ed espressività dell’atto poetico-creativo.D’altra parte, “l’arte – disse in un’intervista Venturino Venturi – è sempre astratta perchè è un atto poetico e trascendente“. L’artista si allontana sempre dalla realtà, se ne astrae perchè egli dà corpo a visioni fantastiche, dove vibrano sentimenti, sogni e ricordi.

L’opera d’arte, come nel caso di questi esemplari disegni della Divina Commedia di Venturino Venturi e, in genere, tutta quanta l’opera complessiva della sua arte, non fa che materializzare un’astrazione carica di pathos di cui un grande critico e storico dell’arte del Novecento, Carlo Ludovico Ragghianti, seppe, cogliere, con ineguagliabile intuito, originalità e spontaneità.

La mostra “La Divina Commedia di Venturino Venturi“ a cura di Lucia Fiaschi prolungherà la sua apertura fino al 2 Aprile 2017.


Villa Bardini a Firenze

Costruita su un preesistente impianto medievale, Villa Bardini fu edificata dall’architetto Gherardo Silvani nel 1641. Dopo il susseguirsi di una serie di passaggi di proprietà, la villa fu acquistata nel 1913 dall’antiquario Stefano Bardini insieme ad alcuni edifici in via de’ Bardi, così facendo questi furono uniti al palazzo in Piazza de’ Mozzi acquistato in precedenza. Alla morte di Stefano Bardini la proprietà passò al figlio Ugo che morì senza eredi nel 1965. Il suo lascito sarebbe dovuto andare alla Confederazione Elvetica che lo rifiutò e fu così che nel 1987 lo Stato Italiano ricevette tale meravigliosa eredità. La Villa fu poi affidata all’Ente Cassa di Risparmio di Firenze nel 1998 e dopo un lungo periodo di lavori il giardino fu riaperto al pubblico nel 2005 e la Villa nel 2007. 

Il Giardino di Villa Bardini

Gli appassionati dell’arte possono immergersi nel parco naturalistico e architettonico del Giardino Bardini, luogo tra i più affascinanti di Firenze dal cui Belvedere si gode di una spettacolare vista sulla città. Quattro ettari di bosco, frutteti e giardini di rose, iris, e ortensie costeggiano parte delle mura medievali di Firenze. Il “Giardino dei tre giardini” - secondo la definizione data dall’antiquario Stefano Bardini (1836 – 1922) ultimo proprietario privato - si presenta con il bosco all’inglese, la scalinata barocca e il parco agricolo, e si configura come eclettica stratigrafia di usi e gusti, di mode e utilizzi che hanno cavalcato i secoli. Sono circa duecento i reperti tra statue e vasi, oltre a piccole architetture, fontane e arredi lapidei, oggi tornati al loro antico splendore dopo un accurato restauro durato cinque anni.