I Porti della Puglia nelle Vedute di Philipp Hackert al Castello di Gallipoli. Di Beniamino Vizzini, Tracce Cahiers d'Art
Dal 21 giugno al 12 novembre 2017 la Sala Ennagonale del Castello di Gallipoli, in provincia di Lecce, ospita la mostra I PORTI DEL RE, nove grandi opere dell’artista tedesco Jacob Philipp Hackert (1737 - 1807), raffiguranti altrettanti porti pugliesi (Gallipoli, Barletta, Bisceglie, Brindisi, Manfredonia, Monopoli, Otranto, Taranto e Trani) del Regno di Napoli.
Le opere furono realizzate su commissione di re Ferdinando IV di Borbone che nella primavera del 1788 incaricò il pittore ufficiale di corte di ritrarre in dipinti e disegni tutti i porti pugliesi.
Le opere furono realizzate su commissione di re Ferdinando IV di Borbone che nella primavera del 1788 incaricò il pittore ufficiale di corte di ritrarre in dipinti e disegni tutti i porti pugliesi.
La mostra è prodotta dal Castello di Gallipoli in collaborazione con la Reggia di Caserta, dove le opere sono conservate, gestita dall’Agenzia di Comunicazione Orione di Maglie con la direzione artistica di Raffaela Zizzari, ed è stata fortemente voluta dall’Amministrazione comunale guidata dal sindaco Stefano Minerva.

Di Hackert è la seguente frase che così recita: “Solo nella bella Italia un paesaggista vive nel suo elemento”.


Una fiabesca visione era quella che, certamente, il pittore voleva consegnare al suo re; una gentile finzione generosamente elargita da un impeccabile effetto di realtà. A riprova di ciò, è stato con molta pertinenza osservato che, “i quadri di Hackert costituiscono una testimonianza corretta delle posizioni dei porti e degli edifici circostanti ma non vogliono darci un quadro reale delle loro condizioni; il pittore sa bene che Barletta non presenta ridossi in caso di vento da grecolevante, che Trani non può accogliere navi dai pescaggi elevati a causa dei bassi fondali, che Brindisi è pieno di fango e soggetto alla piaga della malaria, che Otranto presenta approdi estremamente pericolosi, e così via per ognuno dei porti rappresentati, tutti con qualche grosso problema che ne limita le possibilità d’utilizzo; ma lui, l’artista, deve pensare a rassicurare il sovrano e la nazione e allora ecco che le attività commerciali che fervono o qualche vascello in più che carica o scarica appaiono come peccati veniali, perfettamente leciti e che non infirmano la qualità della composizione” (tratto da: Jacob Philipp Hackert pittore di marina, di Paolo Bembo da Rivista Marittima mensile della Marina Militare). Hackert sa benissimo, dunque, che nella pittura di paesaggio non c’è solo l’effetto della copia reale della natura e dell’arte ma anche l’illusione morale che questa produce.

Gran parte dell’ineffabile poesia di cui è pervasa la composizione pittorica delle vedute hackertiane dei porti del Regno di Napoli, che dopo quelli di Puglia (oltre che naturalmente quello di Napoli, allora terza capitale europea dopo Londra e Parigi) annovera i porti di Calabria e Sicilia, si deve alla raffigurazione di cieli così grandi da occupare quasi la metà dell’intera superficie, già di per se stessa di notevoli dimensioni, della tela dipinta.
Per la verità, qualche maligna insinuazione non è mancata come nel caso di Alexandre Dumas, il quale avrebbe notato e fatto notare che “tutti i porti del regno che si veggono nel salone di Caserta gli sono pagati al prezzo di 50 ducati al palmo, mercato che gli fa fare dei cieli immensi e dei mari a perdita di vista”. Malignità di natura tutta francese? Comunque sia, che Hackert ricorresse all’espediente di dilatare le immagini fino ai limiti possibili, visto che lo pagavano a metro quadro, ha sempre suscitato qualche sospetto sulla sua produzione ufficiale. In fondo, però, anche se questa calunnia fosse vera, i suoi cieli immensi, i mari a perdita d’occhio, il paesaggio ingigantito, costituiscono soltanto un motivo che gli serve ad aumentare il gradiente di fantasia poetica dietro all’effetto illusionistico di realtà.
L’immagine, nella pittura di Hackert, è solo apparentemente un’immagine di “reportage”, topografica e popolata da tante figurine simili a quelle del presepe napoletano, non è pittura di “veduta” in senso stretto; illuministica a prima vista, in realtà risulta illusionistica e visionaria, in questo così diversa da Vernet e dagli altri vedutisti operanti a Napoli.
La pittura di Hackert non nasce dalla volontà, tutta illuministica e moderna, di certificare e documentare il vero; essa vuole al contrario suscitare un dilettevole inganno, essere dichiaratamente una finzione, dipingere una illusione, nel senso con cui l’intendeva, questa parola, il Leopardi. Non l’illusione intellettuale che usa cioè i concetti dell’intelletto per persuadere e predicare il falso, ma le illusioni della fantasia, che son proprie della poesia, finzioni alle quali non si crede “fuorchè coll’immaginativa, e quindi senza nessun danno”. Allora si conservava ancora la sensibilità, come nell’arte preilluministica di Jacob Philipp Hackert, di percepire la finzione della fantasia poetica quale forma innocente e spontanea, assolutamente disinteressata di illusione morale.