FEBBRAIO 2017 • WELCOME! BENVENUTI sul sito web della Rivista TRACCE CAHIERS D'ART

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1 febbraio 2017

La Divina Commedia di Venturino Venturi a Villa Bardini, Firenze. Di Beniamino Vizzini, 1 Febbraio 2017

La Divina Commedia di Venturino Venturi
a Villa Bardini, Firenze

di Beniamino Vizzini, 1 Febbraio 2017


Venturino Venturi
Dove si varca, olio su carta, cm 100 x 70, s.d. Collezione privata

"Con l'ali aperte, che parean di cigno, volseci in su colui che sì parlonne
tra due pareti del duro macigno" Dante, Purgatorio, XIX 46-48

La mostra sulla Divina Commedia di Venturino Venturi curata da Lucia Fiaschi, direttrice dell’Archivio e del Museo Venturino Venturi, espone per la prima volta 54 opere a olio su carta disegnate da Venturi, accolte nella splendida cornice naturalistica e architettonica di Villa Bardini a Firenze.

Sono disegni eseguiti per un’edizione della Divina Commedia realizzata nel 1984 da Edizioni Pananti di Firenze e ideati insieme al raffinato poeta dell’ermetismo Mario Luzi, nei quali sono rappresentate alcune terzine dantesche scelte dallo stesso Luzi con lo scrittore e saggista Giancarlo Buzzi, destinate a comporre l’edizione della Divina Commedia del 1984 per l’approssimarsi della ricorrenza dei 720 anni dalla nascita del sommo poeta che cadeva nel 1985.

Legati da profonda amicizia, Venturino Venturi e Mario Luzi concepirono insieme il progetto di ridisegnare, in chiave contemporanea, l’immortale poema dantesco imprimendo sul linguaggio delle tre Cantiche (Inferno, Purgatorio e Paradiso) una riflessione visiva ed espressiva da cui scaturisce un risultato singolarmente affascinante, che permette di interrogarsi ancora sulla natura dei messaggi contenuti nella Commedia e proporne una rinnovata lettura.


Venturino Venturi
Paolo e Francesca, olio su carta, cm 100 x 70, 1984, Collezione privata

"...Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende, prese costui de la bella persona
che mi fu tolta…e 'l modo ancor m'offende, Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m'abbandona"
Dante, Inferno V 100-105

"E quello a me: Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice
né la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore. Ma s'a conoscer la prima radice del nostro amor tu hai cotanto affetto, dirò come colui che piange e dice..." Dante, Inferno V 121-126

Luzi scrisse che Venturi “aveva condotto mirabilmente, tra chiari volumi, luminose assenze di volume, tracce, aggregazioni e rarefazioni di segni, la sua schermaglia contro il limite, contro l’insufficienza umana del mezzo che insegue per catturarlo il linguaggio della luce, della danza, della assoluta quiete contemplativa”.


Venturino Venturi
a sinistra: Poeta che mi guidiolio su carta 100 x 70, 1984, Archivio Venturino Venturi
a destra: Caronte, olio su carta, cm 100 x 70, Collezione privata

"Ma io perché venirvi? O chi 'l concede? Io non Enea, io non Paulo sono;
Me degno a ciò né io né altri 'l crede" Dante, Inferno II 31-33

"Ed ecco verso di noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo, gridando: guai a voi, anime prave!
Non isperate mai veder lo cielo: I' vegno per menarvi
all'altra riva ne le tenebre metterne, in caldo e 'n gelo..." Dante, Inferno III 82-87

Questa “schermaglia” venne praticata dall’artista con l’arma più antica dell’arte, con il suo strumento più flessibile ed essenziale che sia mai esistito, il disegno – e il disegno di uno scultore come Venturino Venturi possedette un’essenzialità speciale. Si guardino le 54 opere su carta disegnate da Venturino Venturi, esposte nella mostra di Villa Bardini, e ci si sentirà subito invadere dallo “spirito ascetico” con cui esse hanno trasposto l’immaginario poeticamente sospeso, nelle terzine dantesche, fra il naturale e il soprannaturale. Sono disegni, a loro volta, sospesi tra figura e astrazione, tra apparenza della forma e sua disapparenza, fra intrighi di segni, vortici, chiazze, rivoli di colore (rosso e azzurro) denso e distillazione di tratti grafico-pittorici accennanti a un principio compositivo figurale appena in abbozzo.


Venturino Venturi, L'annuncio
olio su carta, cm 100 x 70, s.d. 
Collezione privata
Astrazione del gesto che non degenera verso l’informale, ma che non abbandona, in nessun momento, una ferma volontà compositiva pronta, pur sempre, a salvare dall’infigurabile la segnificazione dell'idea. Emblematico, in tal senso, il disegno di Paolo e Francesca che richiama, visibilmente, Il Bacio di Constantin Brancusi che utilizzò la forma quadrata, invece del cerchio, per accentuare la dimensione statica dell’amore, fuori dalla ciclicità del tempo, diventato pietra, quindi eterno.
Nemmeno nel groviglio di rosse chiazze, colature, sgorbi frettolosi e compulsivi di un altro disegno sullo stesso celebre tema di Paolo e Francesca, che ne comunica tutto il senso peccaminoso della lussuria,se ne cancella o se ne dissolve la riconoscibilità delle figure.

Insomma, è un’arte astratta quella di Venturino Venturi ma, sicuramente, non allineata alle evoluzioni contemporanee dell’astrattismo internazionale quanto, piuttosto, determinata a non distaccarsi mai dalla matrice primaria della tradizione dell’arte italiana che ha sempre teso a preservare il primato della costruzione formale senza, per questo, perdere nulla in istintività ed espressività dell’atto poetico-creativo.D’altra parte, “l’arte – disse in un’intervista Venturino Venturi – è sempre astratta perchè è un atto poetico e trascendente“. L’artista si allontana sempre dalla realtà, se ne astrae perchè egli dà corpo a visioni fantastiche, dove vibrano sentimenti, sogni e ricordi.

L’opera d’arte, come nel caso di questi esemplari disegni della Divina Commedia di Venturino Venturi e, in genere, tutta quanta l’opera complessiva della sua arte, non fa che materializzare un’astrazione carica di pathos di cui un grande critico e storico dell’arte del Novecento, Carlo Ludovico Ragghianti, seppe, cogliere, con ineguagliabile intuito, originalità e spontaneità.

La mostra “La Divina Commedia di Venturino Venturi“ a cura di Lucia Fiaschi prolungherà la sua apertura fino al 2 Aprile 2017.


Villa Bardini a Firenze

Costruita su un preesistente impianto medievale, Villa Bardini fu edificata dall’architetto Gherardo Silvani nel 1641. Dopo il susseguirsi di una serie di passaggi di proprietà, la villa fu acquistata nel 1913 dall’antiquario Stefano Bardini insieme ad alcuni edifici in via de’ Bardi, così facendo questi furono uniti al palazzo in Piazza de’ Mozzi acquistato in precedenza. Alla morte di Stefano Bardini la proprietà passò al figlio Ugo che morì senza eredi nel 1965. Il suo lascito sarebbe dovuto andare alla Confederazione Elvetica che lo rifiutò e fu così che nel 1987 lo Stato Italiano ricevette tale meravigliosa eredità. La Villa fu poi affidata all’Ente Cassa di Risparmio di Firenze nel 1998 e dopo un lungo periodo di lavori il giardino fu riaperto al pubblico nel 2005 e la Villa nel 2007. 

Il Giardino di Villa Bardini

Gli appassionati dell’arte possono immergersi nel parco naturalistico e architettonico del Giardino Bardini, luogo tra i più affascinanti di Firenze dal cui Belvedere si gode di una spettacolare vista sulla città. Quattro ettari di bosco, frutteti e giardini di rose, iris, e ortensie costeggiano parte delle mura medievali di Firenze. Il “Giardino dei tre giardini” - secondo la definizione data dall’antiquario Stefano Bardini (1836 – 1922) ultimo proprietario privato - si presenta con il bosco all’inglese, la scalinata barocca e il parco agricolo, e si configura come eclettica stratigrafia di usi e gusti, di mode e utilizzi che hanno cavalcato i secoli. Sono circa duecento i reperti tra statue e vasi, oltre a piccole architetture, fontane e arredi lapidei, oggi tornati al loro antico splendore dopo un accurato restauro durato cinque anni. 

14 dicembre 2016

DICEMBRE 2016 - È uscito il Nuovo N. 25 di TRACCE CAHIERS D'ART Rivista d'arte a cura di Marianna Montaruli e Beniamino Vizzini - Edizioni d'arte Félix Fénéon

Tracce Cahiers d'Art
È uscito il Nuovo N. 25 della rivista
a cura di Marianna Montaruli e Beniamino Vizzini

Dicembre 2016
Foto della copertina di Tracce Cahiers d'Art N. 25 con un olio su tela di PAUL SIGNAC

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In copertina del Nuovo N. 25 di TRACCE CAHIERS D'ART rivista d'arte:
Paul Signac "Sainte-Anne (Saint-Tropez)", 1905, olio su tela, cm 73 x 92

Editoriale"Al tempo d'armonia. Estetica ed etica del bello naturale", 
di Beniamino Vizzini

IL Bello NaturaleIL Giardino della Kolymbethra, nella Valle dei Templi di Agrigento. L'intervista al direttore, Giuseppe Lo Pilato, a cura di Marianna Montaruli e Beniamino Vizzini. Reportage fotografico del Giardino.

Gli acquerelli di Paul Signac:
La rivista pubblica un'ampia selezione di acquerelli esposti nella mostra "Paul Signac. Riflessi sull'acqua" al Museo MASI di Lugano e il testo dal titolo "Paul Signac, la passione di una famiglia di collezionisti" scritto da Marco Franciolli, direttore del Museo MASI di Lugano, Sylvie Wuhrmann, direttrice della Fondation de l'Heritage di Losanna e da Marina Ferretti Bocquillon, curatrice della mostra. 


PAUL SIGNAC "Antibes, vue de La Salis", 1910, acquerello, penna e inchiostro di china
cm 31,5 x 44. Collezione privata. Fotografia: Maurice Aeschimann


PAUL SIGNAC "Rotterdam. Le Moulin du canal", 1906, acquerello
cm17 x 24,2. Collezione privata. Fotografia: Maurice Aeschimann

Avanguardie di fine OttocentoAmpia documentazione della mostra I NABIS, GAUGUIN E LA PITTURA ITALIANA D'AVANGUARDIA al Palazzo Roverella di Rovigo. Le opere pubblicate sono di Emile Bernard, Paul Gauguin, Daniel de Monfreid, Félix Vallotton, Maurice Denis, Oscar Ghiglia, Cagnaccio di San Pietro, Felice Casorati. IL testo "I Nabis, Gauguin e la pittura italiana d'avanguardia" è stato scritto da Giandomenico Romanelli, curatore della mostra.

ECFRASIL'opera di GINO ROSSI, "Barene a Burano". Testo di Beniamino Vizzini dal titolo: "Barene a Burano di Gino Rossi al Palazzo Roverella di Rovigo".


GINO ROSSI (Venezia 1884 - Treviso 1947) "Barene a Burano", 1912 - 1913
Verona, Fondazione Domus per l'arte moderna e contemporanea 

Arte contemporanea:
La mostra "RITMO SOPRA A TUTTO. IL Museo MA*GA di Gallarate festeggia i suoi primi 50 anni". Le opere pubblicate sono di: Gillo Dorfles, Enrico Trampolini, Augusto Garau, Gianni Monnet, Enrico Baj.


Foto di due pagine della rivista TRACCE CAHIERS D'ART n.25 dedicate alla mostra
RITMO SOPRA A TUTTO al Museo MA*GA di Gallarate (Varese)

GIANNI PRESICCE. Testo di Beniamino Vizzini "Liturgia della bellezza. Luigi Presicce al MA*GA di Gallarate".

Pittura Italiana dell'OttocentoLa mostra L'IMPRESSIONISMO DI ZANDOMENEGHI al Palazzo Zabarella di Padova. Tante le opere di Zandomeneghi pubblicate e accompagnate dal testo della curatrice della mostra Francesca Dini, dal titolo "Per il centenario di Zandomeneghi (Venezia 1841 - Parigi 1917)". 

ECFRASI: L'opera "Femme au miroir" di FEDERICO ZANDOMENEGHI. Testo di Beniamino Vizzini dal titolo "Femme au miroir  di Federico Zandomeneghi".


Foto di due pagine della rivista TRACCE CAHIERS D'ART n.25 dedicate all'opera di
FEDERICO ZANDOMENEGHI "Femme au miroir", 1898, cm 65 x 55, Collezione privata
in mostra al Palazzo Zabarella di Padova

Arte Europea fin de siècle: OMAGGIO ALLA FEMMINILITÀ NELLA BELLE ÉPOQUE. DA TOULOUSE-LAUTREC A EHREMBERGER, mostra e apertura della sala permanente al Museo MAGI'900 di Pieve di Cento (Bologna). Opere di GIOVANNI BOLDINI e LUDWIG LUTZ EHREMBERGER. IL testo, con l'omonimo titolo della mostra, è di Beniamino Vizzini, direttore di Tracce Cahiers d'Art.

Fantin-Latour pittore moderno: FANTIN-LATOUR. À FLEUR DE PEAU, mostra al Musée du Luxembourg di Parigi. La Pittura di Fantin-Latour è introdotta sulle pagine della rivista da Xavier Rey, conservateur au Musée d'Orsay di Parigi, con il testo dal titolo "Fantin-Latour, évidemment". Molti i capolavori dell'artista pubblicati in questo numero, come il celebre "Coin de table" con Paul Verlaine e Arthur Rimbaud. In particolare, l'opera "Nature morte dite de fiançailles" è commentata da Guy Tosatto, direttore du Musée de Grenoble e co-curatore della mostra parigina, così come l'opera "La Lecture" viene presentata ai Lettori con un'ampia nota da Laure Dalon, conservateur à la Rmn-Grand Palais di Parigi e co-curatrice della mostra di Fantin-Latour.


Foto di due pagine della rivista TRACCE CAHIERS D'ART n.25 dedicate all'opera di
HENRI FANTIN-LATOUR "Coin de table" del 1872, olio su tela, cm 161 x 223.
L'opera è conservata al Musée d'Orsay di Parigi
ed è esposta nella mostra "À fleur de peau" al Musée du Luxembourg di Parigi


HENRI FANTIN-LATOUR "Fleurs d'été et fruits", 1866, huile sur toile, cm 73 x 59,7
Etats-Unis, The Toledo Museum of Art Ⓒ The Toledo Museum of Art


HENRI FANTIN-LATOUR "Roses", 1889, huile sur toile, cm 44 x 56
Lyon, Musée des Beaux-Arts Ⓒ Musée des Beaux-Arts de Lyon / Photo Alain Basset


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11 novembre 2016

Su TRACCE CAHIERS D'ART l'intervista a Giuseppe Lo Pilato direttore del Giardino della Kolymbethra - Bene del FAI, Agrigento

Sulle pagine di Tracce Cahiers d'Art 
l'intervista a Giuseppe Lo Pilato 
direttore del Giardino della Kolymbethra
Valle dei Templi, Agrigento


Giardino della Kolymbethra, Valle dei Templi, Agrigento


La rivista d'arte TRACCE CAHIERS D'ART in occasione dell'uscita del 25° cahier autunno - inverno 2016 pubblica uno spazio speciale riservato al Giardino della Kolymbethra nella Valle dei Templi di Agrigento con l'intervista al direttore Giuseppe Lo Pilato. 

Bene storico, naturalistico e paesaggistico di grandissimo rilievo, il Giardino della Kolymbethra, piccola valle situata nel cuore della Valle dei Templi di Agrigento, è stato affidato al FAI in concessione gratuita dalla Regione Sicilia per un periodo di 25 anni. tra i Beni FAI nel Sud Italia, autentico gioiello archeologico e agricolo della Valle dei Templi, tornato alla luce dopo decenni di abbandono, è un giardino straordinario per la magnificenza della natura che qui trova la massima espressione della sua generosità e per la ricchezza dei reperti archeologici che ancora vengono alla luce.

L'intervista pubblicata da TRACCE CAHIERS D'ART si inserisce nel contesto d'una ripresa della riflessione critica espressa dall'editoriale intorno all'estetica del paesaggio e del bello naturale.

COME FARE PER RICEVERE LA RIVISTA STAMPATA 

Per ricevere al Vostro indirizzo la rivista TRACCE CAHIERS D'ART n. 25 autunno - inverno 2016 con lo speciale sul Giardino della Kolymbethra, inviateci in redazione una email a: mail.tracce@libero.it
Per le INFO telefonate o inviate un sms in redazione cell. 348.277.43.11

6 novembre 2016

L'Apocalisse secondo Enrico Baj al Palazzo Leone da Perego / MA*GA di Legnano (Milano)

L'Apocalisse secondo Enrico Baj
Al Palazzo Leone da Perego / MAGA di Legnano


di Beniamino Vizzini, 6 novembre 2016


Enrico Baj "Guernica d'après Picasso", 1984, acquaforte e acquatinta a colori, cm 60x100

Dopo la retrospettiva di Enrico Baj recentemente tenuta ad Aosta, Palazzo Leone da Perego / MA*GA di Legnano (Milano) ospita, dal 6 novembre 2016 al 26 febbraio 2017, la mostra “Mirabili mostri. L’Apocalisse secondo Baj”. La rassegna, curata da Emma Zanella, Roberta Cerini Baj e Chiara Gatti, organizzata in collaborazione con la Fondazione Marconi di Milano e l’Archivio Baj di Vergiate (Varese), rientra a pieno titolo nella linea espositiva del Polo museale dell’alto milanese per l’arte contemporanea che unisce in un unico progetto culturale le due sedi del MA*GA di Gallarate e il Palazzo Leone da Perego di Legnano, focalizzandosi sui grandi artisti di area lombarda.


Enrico Baj "Cacacazzo", 1978, cm 218 x 200

L’esposizione legnanese approfondisce un importante capitolo nella vicenda creativa del grande patafisico dell’arte italiana contemporanea ovvero, si concentra sul ciclo narrativo costituito dall’Apocalisse, un work in progress e un’installazione di grandi dimensioni realizzata a cavallo tra gli anni settanta e ottanta.

Apocalisse significa scoperta o disvelamento e richiama, in particolare, una visione dominata da un diffuso senso di tragedia o di catastrofe: l’Apocalisse di Enrico Baj è la rivelazione funesta di un tempo esiziale, lo svelamento della nostra contemporaneità come d’una condizione precipitata nell’abisso di un’orgia babelica prodotta dall’invasione di “ultracorpi”, di ibridi e di alieni defecati dall’ano infernale di quell’organismo vorace e insaziabile che è la società dei consumi e che rischia di restarvi fagocitato per sempre. 


Enrico Baj "Mangiagiduglie", 1983, cm 215 x 118

Enrico Baj mette in fila, uno dopo l’altro, tutta una serie di mostri, tra cui primeggiano cazziritticannibalmangiabambini, mangiagiduglie, cacacazzi, diavoli cornuti, culdifica, leviatani e animali chimerici e grotteschi quali premonitori di una Apocalisse ecologica. Teratogenesi fantastica dedotta da una fantasia maligna di cui, però, si prende gioco l’immaginazione irriverente dell’artista al medesimo modo del mimetismo ludico-infantile, come quando la vita seriosa degli adulti si rivela agli occhi di un bambino. 

L’Apocalisse di Enrico Baj strappa il velo alla rappresentazione autocelebrativa di un mondo fin troppo oppresso da orrori, follie e violenze d’ogni genere, al pari dell’indimenticato suo gesto, beffardo e dissacratore, che aveva saputo denudare e denunciare la tronfia vanagloria dei Generali quali simboli del potere più necrofilo e più scellerato che vi sia, il potere di scatenare le guerre che alle coscienze narcotizzate dell’oggi vengono soavemente raccontate come doverose e umanitarie “missioni di pace”.

Enrico Baj fu artista e anarchico. Per lui l’arte non fu mai speculativo gioco di mercato, bensì impegno etico in un gioco di libertà non condizionata da interessi, da conformismi e da autocensure varie, ma sempre anarchica, appunto, ovvero priva di principi pregiudiziali, pronta a rimettersi in gioco ogni volta che il destino dell’arte fosse stato messo in pericolo dalle estrinsecazioni dell’orrore contemporaneo. 


Enrico Baj, Piccolo Pinelli, 1972, acrilici e collage su tavola, cm 58 x 120


Storia dell'Apocalisse di Baj
di Roberta Cerini Baj, curatrice della mostra


Nell’autunno del 1978, Baj iniziò l’Apocalisse: in studio sagome in legno di svariate forme e misure, stesi sul prato lunghi teli riempiti di macchie e colature a dripping

Marzo 1979: allo Studio Marconi di Milano la prima esposizione dell’Apocalisse sui tre piani della galleria, che, quali gironi danteschi, presentavano rispettivamente: le macchie nere e gli incubi generati dal sonno della ragione; la premonizione e l’attesa, in cui già i mostri si preannunciano a una folla in fuga; infine l’Apocalisse vera e propria, dove i mostri dominano su facce stravolte. Uscì una pubblicazione sull’opera a cura di Umberto Eco. 

1° maggio 1982: inaugurazione della mostra di Baj I grandi quadri a Mantova nel Palazzo della Ragione. In fondo all’immensa sala medievale l’Apocalisse, tutta raccolta su una parete, trionfava salendo verso l’alto; al suo opposto I funerali dell’anarchico Pinelli usciva dall’ombra in tutta la sua drammaticità. L’aspetto teatrale delle opere di Baj era così straordinariamente sottolineato. Durante l’inaugurazione il poeta Edoardo Sanguineti lesse il suo Alfabeto Apocalittico, composto per l’occasione.
 

Enrico Baj "La sirena dell'isola di Patmos", 1983, cm 165 x 110

Tre anni più tardi l’Apocalisse volò a Miami, per la mostra General Crisis, al Center for the Fine Arts, L’accompagnavano come già a Mantova, altri grandi quadri e si era nel frattempo arricchita di nuovi teli e nuove sagome. 

Dicembre 1993 in una vasta antologica alla Pinacoteca Comunale Casa Rusca di Locarno, l’Apocalisse, allestita nel cortile della Pinacoteca, all’esterno delle sale fino al secondo piano, offriva allo spettatore dal basso una visione d’insieme, mentre visitando la mostra se ne osservavano da vicino le sagome lungo il percorso. 

L’Institut Mathildenhöhe di Darmstadt dedicò a Baj nell’ottobre 1995 una retrospettiva incentrata in particolare sulle opere di impegno civile: tra cui l’Apocalisse. 

Nel maggio 2001 l’Apocalisse tornò in Germania, nella Städtische Galerie di Erlangen. In questa installazione furono inseriti alcuni teli ispirati al mito di Gilgameš, realizzati tra il 1999 e il 2001. 

Autunno 2001: grande retrospettiva al palazzo delle Esposizioni di Roma, comprendente circa duecento opere: l’Apocalisse fu montata su un’unica parete molto alta, con una scala sottostante. L’effetto scenografico era straordinario. 

Nel 2003 l’Apocalisse fu presentata alla Fondazione Mudima: occupava in questo caso varie sale su due piani e nel 2008 nel Chiostro di Sant’Agostino a Pietrasanta, riprendendo il montaggio in tre parti, come nella prima installazione. 

L’ultima presentazione la scorsa estate, nella mostra Baj, l’invasione degli ultracorpi al museo Archeologico di Aosta. L’attuale esposizione a Legnano ne approfondisce alcuni aspetti, avvalendosi dell’aggiunta di sagome e teli. 

Nel percorso artistico di Baj l’Apocalisse costituisce una sorta di compendio delle precedenti esperienze, dal periodo nucleare fino ai Funerali dell’anarchico Pinelli, attraverso la rivisitazione di Picasso. Quasi del tutto assente il collage nella realizzazione delle figure, è essa stessa un grande collage in cui la possibilità di variare il montaggio delle parti accentua da un lato il gioco combinatorio, dall’altro l’aspetto teatrale, già presente nelle opere maggiori. 

A partire dall’Apocalisse inoltre l’attenzione di Baj si sposta sulle contraddizioni che agitano la nostra società e da qui prendono l’avvio le opere degli anni a venire.  Legnano (Milano), 4 novembre 2016 
INFO: www.museomaga.it email: leonedaperego@museomaga.it

27 ottobre 2016

Riflessioni: Giappone/Italia. Le opere di OKI IZUMI e MAURO BELLUCCI in mostra alla Esh Gallery, Milano

Riflessioni: Giappone/Italia
Le opere di Ōki Izumi e Mauro Bellucci
in mostra alla Esh Gallery di Milano 


Ottobre 2016
Tracce Cahiers d'Art rivista d'arte invita i suoi Amici e Lettori a visitare una mostra unica, delicatissima e poetica di due artisti che stimiamo. 

RIFLESSIONI: GIAPPONE/ITALIA. Opere di Ōki Izumi e Mauro Bellucci è il titolo della mostra presso la ESH GallerySi è inaugurata il 25 ottobre e proseguirà fino al 24 Novembre 2016 a Milano, in Via Forcella 7 (Zona Tortona). www.eshgallery.com

L'esposizione: 
ŌKI IZUMI propone le sue raffinate sculture di vetro industriale e MAURO BELLUCCI i suoi collages in carta nepalese. 
Non mancate di visitare questa mostra e di 'portare a casa' qualcuno dei suoi pezzi unici. Le opere hanno la capacità di regalarci momenti di assoluta pace interiore. 


Per saperne di più
clic su comunicato stampa.

17 ottobre 2016

HENRI FANTIN-LATOUR in mostra a Parigi al Musée du Luxembourg. Servizio su TRACCE CAHIERS D'ART. IL Nuovo N. 25 della rivista d'arte esce a Novembre 2016

Henri Fantin-Latour, "À fleur de peau"
Musée du Luxembourg, Paris

Ottobre 2016 - La pittura di Fantin-Latour è in mostra al Musée du Luxembourg di Parigi. La rivista Tracce Cahiers d'Art sul nuovo N. 25 a stampa, in uscita a Novembre 2016, pubblica un ampio servizio con le opere dell'esposizione e i testi dei curatori della mostra: Xavier Rey, Laure Dalon e Guy Tosatto

Affiche de l'exposition
Ⓒ Rmn-Grand Palais, Paris 2016

La Peinture de FANTIN-LATOUR au musée du Luxembourg à Paris est sur les pages du nouveau numéro 25 - novembre 2016 de la revue Italienne Tracce Cahiers d'Art.

VIDEO Grand Palais: FANTIN-LATOUR, entre poésie et réalisme



VIDEO Grand Palais: FANTIN-LATOUR, l'exposition 


13 ottobre 2016

Per DARIO FO dalla rivista Tracce Cahiers d'Art. ViVa l'Arte e la Cultura

Per Dario Fo
dalla rivista Tracce Cahiers d'Art

Ottobre 2016 - Noi della rivista Tracce Cahiers d'Art vogliamo ricordare DARIO FO una sera d'inverno al Teatro Smeraldo di Milano, lui seduto in mezzo al pubblico, FRANCA RAME in scena sul palco... il calore degli applausi...

2 settembre 2016

"1984. Evoluzione e rigenerazione del writing" è il titolo della rassegna sul Graffitismo urbano alla Galleria Civica di Modena, in collaborazione con la Biblioteca d'arte Poletti. In corso fino al 18 Settembre 2016

1984. Evoluzione e rigenerazione del writing
Una grande mostra sul Graffitismo urbano
alla Galleria Civica di Modena
in collaborazione con la Biblioteca d'arte Poletti

di Beniamino Vizzini, 2 Settembre 2016


Zelle Asphaltkultur, senza titolo, photo courtesy of the artists

La Biblioteca civica d’arte “Luigi Poletti” di Modena, che vanta uno dei più importanti patrimoni a livello nazionale per quanto riguarda la documentazione di writing e street art, ha offerto la sua collaborazione per l’apertura della mostra alla Galleria Civica di Modena, che indaga sul fenomeno dell’arte urbana, con il titolo “1984. Evoluzione e rigenerazione del writing” e a cura di Pietro Rivasi. In corso fino al 18 Settembre 2016.

La rassegna, dà grande rilievo all’aspetto più controverso dell’arte di strada: gli “interventi non commissionati” nello spazio pubblico. Grazie a una forte presenza di materiale fotografico e video sarà possibile riflettere sul senso di uno tra i fenomeni più eccentrici e spontanei dell’arte contemporanea. Una pratica d’azione espressiva diretta, a carattere prevalentemente segnico-figurativo, che sembra invertire il senso del ready-made, là dove si preleva un oggetto comune dal contesto del suo uso quotidiano per ricontestualizzarlo in un ambiente dell’arte (Galleria o Museo). Qui, invece, il fenomeno artistico viene rifunzionalizzato, al contrario, in un ambiente estraneo, non suo, come il contesto della vita urbana e della strada, con l’effetto – non importa se voluto o meno – di interferire sovrapponendosi all’immaginario sociale regolato dal codice delle comunicazioni verbovisive, di stampo mediatico-pubblicitario, negli spazi extrartistici di un paesaggio, per l’appunto, straniato come quello dell’urbanizzazione post-urbana delle metropoli contemporanee. 

Pubblichiamo qui di seguito, sul sito di Tracce Cahiers d'Art, il testo di Pietro Rivasi, curatore della mostra:

"Now we wonder if graffiti will ever last...????????"

di Pietro Rivasi
curatore della mostra

Il writing, conosciuto anche con l’improprio nome di graffitismo, è un movimento nato alla fine degli anni Sessanta tra Philadelphia e New York, espansosi poi viralmente in ogni angolo del mondo. Writing significa scrivere il proprio nom de plume, il più possibile, ovunque e senza preoccuparsi di infrangere sistematicamente la legge. Andando contro alcune norme basilari del vivere civile, il writing invoca esplicitamente la censura, generando segni effimeri che nei casi più estremi sopravvivono poche ore e vengono visti soltanto da chi ne fa oggetto di indagine giudiziaria o li rimuove.

Horfee, senza titolo, 2015, tecnica mista, cm 150 x 150, Collezione privata

Questo fenomeno non sarebbe mai entrato nei libri di storia dell’arte se non fosse stato praticato in maniera selvaggia su qualsiasi superficie messa a disposizione dalla metropoli. Ciò che colpì intellettuali, fotografi, artisti, giornalisti, galleristi, critici, fu proprio la sfrontatezza, la spontaneità e la capacità di rompere, non tanto con il mondo dell’arte – con il quale probabilmente, almeno all'inizio, non aveva nessuna ambizione di dialogare – quanto con la società e le regole di convivenza comunemente accettate, senza un secondo fine se non quello di affermare l’esistenza degli autori. 

Il writing non ha smesso di trasformarsi con l’introduzione delle frecce o del bubble style: la sua evoluzione non è perciò soltanto relativa agli stili. Fare i conti con un controllo repressivo, sia generico che specifico, in crescita costante, ha imposto infatti ai writer un cambiamento che trascende la ricerca di strumenti sempre più efficienti per scrivere, l'invenzione di tecniche innovative, le style wars, e che arriva a mettere in discussione i codici stessi della disciplina: ad esempio ad una tag2 non corrisponde più in modo univoco uno specifico writer e le lettere, per quanto possa sembrare paradossale, non costituiscono più una condizione indispensabile per scrivere. L'inasprirsi dei provvedimenti contro il writing ha costretto gli artisti a rinnovare le basi stesse della loro pratica per tutelare la propria libertà e la sopravvivenza delle loro opere. 

"1984. Evoluzione e rigenerazione del writing" vuole offrire un panorama di queste molteplici trasformazioni prendendo in esame alcuni degli artisti che hanno gettato, e continuano a sviluppare, le basi estetiche e teoriche di ciò che è oggi questo fenomeno, mostrando come essi si siano adattati ai mutamenti sociali: alcuni cercando di rinnovarsi nelle scelte linguistiche e nei codici, altri trasferendo l’esperienza di strada in forme d'arte più vicine a quelle proposte da gallerie private e spazi istituzionali. Altri ancora non hanno invece rinunciato a portare avanti con testardaggine lo spirito originale dei pionieri newyorkesi, cercando con ogni mezzo di aggirare la repressione. 


Francesco Barbieri, "Correnti sommerse", 2016
tecnica mista su tela, cm 150 x 170, Courtesy Galleria La Linea, Montalcino (Siena)

La mostra è suddivisa in due sezioni. Da una parte lavori che possono essere definiti di “post graffitismo”: tele, carte, installazioni e sculture che racchiudono la ricerca svolta all'interno dello spazio urbano, declinata in opere pensate per ambienti differenti. Dall’altra, installazioni fotografiche e video che hanno l’intento di portare il writing all’interno dello spazio museale nel pieno rispetto della sua natura “selvaggia”, per esortare il pubblico del museo a considerarle come vera e propria forma d'arte e non come un “disturbo visivo incontrato nel tragitto tra casa e lavoro”, facendo in modo che il cambio di contesto permetta allo spettatore di guardare all'opera con occhi diversi. 

Non è in discussione infatti che l’arte urbana non commissionata, ed il writing in particolare, siano per la società nient’altro che atti vandalici: per la legge sostanzialmente lo sono ed i writer ne sono di solito pienamente consapevoli. L’ampio spazio che la mostra offre a questi lavori, non vuole essere un modo per assolvere, legittimare o deresponsabilizzare chi pratica questo tipo di azioni. Si desidera tuttavia sottolineare come l'arte urbana, che oggi è oggetto di particolare attenzione, sia rappresentata all’interno degli spazi istituzionali in maniera spesso del tutto mistificata. Se il writing, vero e proprio linguaggio e cultura popolare, merita l’attenzione del mondo e del sistema dell’arte, allora ciò che deve essere proposto e conosciuto sono la sua parte più genuina ed i protagonisti che maggiormente contribuiscono alla sua sopravvivenza ed evoluzione.

28 agosto 2016

28 Agosto 2016 #Museums4ITALY. Giornata Nazionale della Solidarietà a sostegno delle Regioni colpite dal terremoto

Museums for Italy
Giornata Nazionale di Solidarietà
Domenica 28 Agosto 2016
I Musei Statali Italiani e molti Musei Civici e Privati
offrono un sostegno concreto alle Regioni colpite
#Museums4Italy


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18 agosto 2016

Gli Amici di Tracce Cahiers d'Art.
Dalla California, Larry Killen, in arte LARK con "Garden Encounter", 2016

Larry Killen, in arte LARK
da Vacaville, California su Tracce Cahiers d'Art

a cura di Marianna Montaruli, 18 Agosto 2016


Larry Killen, in arte LARK, vive a Vacaville, nella contea di Solano, nel Nord della California. IL suo lavoro artistico – acquerelli, matite colorate e pastelli su carta di piccole e medie dimensioni – che ama accompagnare con brevi componimenti poetici ed aforistici, si può seguire su Twitter

5 agosto 2016

La coppa di Varapodio torna al Museo Archeologico di Reggio Calabria

Museo Archeologico Nazionale
di Reggio Calabria
Torna dal Metropolitan di New York al Museo MArRC 
la coppa di età ellenistica di Varapodio

a cura di Marianna Montaruli, 5 Agosto 2016


«Torna al Museo la coppa di Varapodio, in prestito, per alcuni mesi, al Metropolitan Museum of Art di New York – afferma il Direttore Carmelo Malacrino. Il reperto sarà esposto dal 6 Agosto 2016, insieme al prezioso corredo funerario ritrovato nel 1904 nel comune aspromontano". 
PIÙ INFO su: www.yescalabria.com 

Il nuovo Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria rappresenta uno dei rari esempi di edificio progettato e realizzato per accogliere collezioni museali. Palazzo Piacentini si affaccia sulla Piazza De Nava, nel centro storico della città.

Il MArRC è uno dei Musei archeologici più rappresentativi del periodo della Magna Grecia, con importanti collezioni, noto al mondo grazie all'esposizione permanente dei famosissimi BRONZI DI RIACE, accoglie anche una vasta esposizione di reperti provenienti da tutto il territorio calabrese. Il nuovo percorso museale ha inizio dall'alto, con una sezione dedicata alla Preistoria e si sviluppa fino al piano terra attraverso l'esposizione delle grandi architetture templari dei territori di Locri, Kaulonia e Punta Alice, garantendo una continuità spaziale e logica che ha il suo epilogo con l'esposizione dei materiali, ognuna provvista di testi esplicativi e supporti dedicati, ha l'obiettivo di "raccontare" al visitatore la Storia della Calabria.
Al piano seminterrato la dotazione delle Sale espositive è integrata da tre spazi destinati alle Mostre temporanee. PIÙ INFO su: www.beniculturali.it

ANTICA TAZZA DI VETRO CON FIGURE E FREGI D'ORO. Una descrizione assai bella di Giuseppe Moretti si può leggere in www.bollettinodarte.beniculturali.it

16 luglio 2016

"D'Aprés Goya" di VARLIN al Palazzo Bentivoglio di Gualtieri.
Di Beniamino Vizzini

"D'Aprés Goya" di VARLIN
di Beniamino Vizzini
16 Luglio 2016

In occasione della mostra "Varlin. Dipingere la vita", a cura di Sandro Parmiggiani, a Palazzo Bentivoglio, sede permanente del Museo Antonio Ligabue, Gualtieri (Reggio Emilia)


VARLIN (Willy Leopold Guggenheim) "D'Aprés Goya", 1970

Dopo Goya, la condizione esistenziale dell’uomo, nella storia, non sembra affatto essere cambiata; lo stesso grido d’angoscia, la stessa follia, la stessa profonda pietà, agitano le due allucinate teste urlanti nella figurazione sfigurante e tragica di Varlin. Questo quadro esposto, insieme a circa 40 opere dell’artista svizzero, nella mostra "Varlin. Dipingere la vita", a cura di Sandro Parmiggiani, fino al 17 luglio 2016 al Palazzo Bentivoglio di Gualtieri (Reggio Emilia), ci restituisce l’espressionistica esteriorizzazione d’una rivolta anarchica, ben viva nel cuore della tensione creatrice di un pittore, “stralunato e geniale” (come l’aveva definito Roberto Tassi) cui fu Léopold Zborowski a fornirgli – non per caso – il nome d’arte Varlin, in ricordo dell’eroe e martire anarchico della Comune di Parigi, che aveva rovesciato la colonna Vendôme assieme a Courbet. Il vero nome di Varlin era Willy Leopold Guggenheim. 

Il suo quadro “D’Aprés Goya” del 1970, reso con rapide pennellate informali e deformanti, composto d’una tavolozza ridotta a bianchi sporchi, neri e ocra, con qualche traccia di gialli e rossi, proprio al modo delle “Pitture Nere” nella Quinta del Sordo del grande genio aragonese di Fuendetodos, ci pone di fronte alle sembianze perturbanti di due figure maschili fuoriuscite, a mezzo busto, da uno sfondo in prevalenza di color nero pece, e caratterizzate dall’assordante silenzio di un urlo senza requie. 

Una, che invade lo spazio centrale del quadro, gli occhi sollevati in alto, ha la testa semicoperta da un velo tratteggiato con colpi tempestosi d’albicanti cromie, l’altra, in secondo piano, par quasi fargli da eco e amplificarne la disperata mimica facciale. 

Rappresentano forse due matti, due alienati mentali o, non piuttosto, l’allegoria dello stato di alienazione in cui l’umanità è forzata a vivere? Eppure, questa non è semplicemente un’opera raffigurante un concetto, una figura retorica, perché nei quadri di Varlin – come ha scritto il critico e storico dell’arte Roberto Tassi – “l’umano è trovato, schiacciato sulla tela, rotto nelle sue fibre, nelle sue impronte, nella sua miserabile sacralità e trasformato in poesia”. 

Sulla superficie franta e senza prospettiva di questa tela le inaudibili onde sonore di un grido sono, dunque, trasfigurate in forme, palesemente, sul punto di sfaldarsi e corrompersi sotto il nostro sguardo. Qui, l’inudibile si mostra, pertanto, come una drammatica e pietosa apparizione, sebbene accolta nella luce redentrice dell’arte della pittura che, qui, si converte nella gloriosa forma d‘una disperazione creativa. 

Il testo di Beniamino Vizzini "D'Aprés Goya di Varlin" è stato pubblicato sulla Rivista Tracce Cahiers d'Art, N. 24 primavera estate 2016, che ha dedicato un ampio servizio alla mostra "VARLIN. Dipingere la vita", in corso fino al 17 luglio 2016 al Palazzo Bentivoglio, sede del Museo Antonio Ligabue, Gualtieri (Reggio Emilia).